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UNIONE ALLEVATORI VAL RENDENA protesta, non parteciperà a “GIOVENCHE DI RAZZA RENDENA"

venerdì 11 giugno 2021 h14:30


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L’alpeggio estivo dei bovini in malga è l’attività fondamentale e più caratteristica dell’attuale sistema zootecnico della Val Rendena. Da secoli questa pratica fa parte del patrimonio storico, culturale, ambientale, professionale e sociale della comunità residente. Le comunità di montagna come quella rendenese hanno l’obbligo morale e istituzionale di tutelare il territorio montano con le sue caratteristiche e peculiarità. Pertanto l’attività di alpeggio va considerata come un “bene collettivo”, la cui continuità è garantibile solo favorendo la gestione degli alpeggi da parte del maggior numero possibile di allevatori locali, gli unici in grado di presidiare il territorio in modo adeguato, diffuso e costante, rispettando i “sacri canoni” della tradizione.
Negli ultimi tempi si è verificato in Rendena un inedito accentramento di un considerevole numero di malghe nelle mani di pochi soggetti, accentramento accompagnato dall’aumento spropositato dei canoni di affitto.
Se fino a qualche anno fa questi fenomeni erano per lo più riconducibili ad aziende di fuori Provincia, oggi molti di questi episodi portano la firma di persone (talvolta organizzate in plurime società fittizie di prestanome) residenti e attive a livello locale, le quali possono anche non avere nulla a che fare col complesso e impegnativo lavoro dell’agricoltura e dell’allevamento reale.
Tutto ciò è permesso dalla normativa distorsiva che regolamenta l’utilizzo dei fondi europei destinati all’agricoltura, normativa che anziché favorire lo sviluppo sostenibile della zootecnia di montagna, la sta trasformando in una sorta di “paradiso fiscale” per investitori senza scrupoli, fenomeno che, per questioni di concorrenza sleale, sta mettendo in croce le aziende tipiche e caratteristiche, che fino ad oggi con grande sacrificio sono rimaste attive sul territorio, nonostante la bassa redditività del settore.
Nonostante la volontà dei comuni e delle amministrazioni di affittare le malghe agli allevatori locali, nella grande maggioranza dei casi, i preposti alla stesura dei bandi non sono stati in grado di individuare e proporre strumenti idonei ad arginare questo fenomeno. All’inflazionata argomentazione del “danno erariale” che invita all’assegnazione tramite asta pubblica, sembra non contrapporsi con sufficiente forza l’amara constatazione che questo “modus operandi” può determinare solamente un danno erariale di gran lunga più consistente, qualora si concretizzasse la conseguente e inevitabile chiusura degli allevamenti storici della Val Rendena. Non si trascuri che per l’allevatore storico, l’alpeggio rappresenta un’attività periodica decennale della propria vita familiare. Per queste famiglie, che con passione e sacrificio hanno continuato e presidiato l’attività anche quando non era sovvenzionata dall’ente pubblico, vedere le malghe in mano a furbi ed opportunisti, determina solamente un grande scoramento morale, terreno fertile solamente per una più che probabile e programmata dismissione delle aziende. Tra gli allevatori predominano infatti sempre più i sentimenti di preoccupazione, sconforto e rassegnazione: a causa di questi “speculatori” diversi di loro si stanno rassegnando all’epilogo. La situazione è gravissima e senza precedenti. I fatti verificatisi sono di assoluta gravità e minano alla base il senso stesso dell’esistere del comparto zootecnico rendenese che, nonostante le innumerevoli difficoltà per ora ha saputo resistere all'abbandono.
L’allevamento in montagna è caratterizzato da innumerevoli problematiche specifiche che ruotano attorno a pochi ma fondamentali “paletti fissi” quali la disponibilità di prati, di masi, di malghe e soprattutto di una società culturalmente favorevole all’attività zootecnica sul territorio. Tali paletti fissi sono condizioni senza le quali il sistema agricolo collassa con irreversibili pesanti ricadute sullo sviluppo socio economico e turistico delle comunità. Pertanto si ritiene semplicemente incomprensibile assegnare le malghe con modalità che non tengano conto di questi fattori e dei delicati equilibri che gli stessi vanno a modificare.
La situazione richiede pertanto particolare attenzione e politiche dedicate e lungimiranti, secondo un approccio integrato in grado di limitare questi comportamenti speculativi. A riguardo si fa accorato appello alle possibilità normative in capo all’autonomia trentina, in quanto consci della forte diffusione della corruzione a livello nazionale (L’Italia è ai vertici per corruzione sia in Europa che nel mondo) e della non capacità e/o non volontà del parlamento italiano, a recepire le direttive europee antiriciclaggio, le quali prevederebbero senza mezzi termini l’obbligo del “registro dei titolari effettivi delle società” presso le Camere di Commercio, lacuna normativa particolarmente favorevole alle infiltrazioni “mafiose” nel nostro settore (a più riprese sulla stampa nazionale e locale si parla finalmente di “mafie dei pascoli”).
Si porta a conoscenza di tutti che, se la tendenza dovesse essere confermata, negli anni a venire assisteremo ad un’ulteriore e drastica diminuzione del numero di aziende zootecniche con concentrazione di un elevato numero di animali in pochissime grandi stalle intensive, atte a una speculazione inerente i fondi europei per l’agricoltura, rendendo di fatto inesistente l’attività di tutela ambientale del settore. È scontato ribadire che le conseguenze di questo processo non saranno limitate al solo settore zootecnico ma, come purtroppo successo in altre località, avranno pesanti ripercussioni soprattutto sul terziario.
Si ritiene che, per garantire una prospettiva sostenibile al territorio di Valle, anche e soprattutto dal punto di vista della funzione turistica, sia insostituibile il ruolo delle piccole aziende zootecniche a conduzione familiare, che pertanto devono essere protette dal “cannibalismo” di chi, per tornaconto personale, non si fa scrupoli a favorirne in ogni modo la chiusura dietro all’immagine ideologica di “contadini tecnologici e innovativi”.
La manifestazione “Giovenche di Razza Rendena” è stata per diversi anni, un momento di festa identitaria per allevatori, residenti e turisti della Val Rendena. Per questo teniamo a ringraziare pubblicamente l’Amministrazione Comunale di Pinzolo e il Comitato giovenche per il continuo supporto e la sensibilità dimostrata verso le nostre esigenze in questi anni. Anche nel 2020 siamo riusciti a portare a termine una bellissima edizione nonostante le numerose difficoltà connesse all’emergenza Covid-19.
“Giovenche di razza Rendena” si è rivelata un modo efficace e vincente per fare comunità e valorizzare una zootecnia amica del turismo, dell’ambiente e delle tradizioni. Ma proprio questa zootecnia oggi rischia di scomparire per il “mal operare” di alcuni personaggi che purtroppo fanno parte o sono venuti a far parte del nostro stesso mondo allevatoriale.
Pertanto, anziché rassegnarsi agli eventi, noi crediamo si debbano lanciare segnali forti a tutti coloro che credono che la montagna non possa prescindere da un’agricoltura realmente sostenibile quale alleato per le attuali sfide ambientali ed economiche. Sentiamo profondamente il dovere morale di schierarci parte attiva contro chi specula sul futuro della nostra Valle e quindi delle generazioni future! Abbiamo il dovere di trasmettere ai più giovani che solo l'impegno e il lavoro portano a risultati solidi e duraturi e che i guadagni facili derivanti da comportamenti ai limiti della legalità non sono in grado di “seminare” alcun futuro né di individuo, né di comunità e tantomeno né di territorio.
Sarebbe opportuno, per una volta, trovare appoggio e comprensione da parte di tutti allevatori.
Sarebbe opportuno e intelligente che, anche chi non è stato ancora toccato da questi fenomeni, non si mostri indifferente, anche perché in questa storia di speculazione, prima o poi arriva il turno di tutti. Sarebbe opportuno fermare al più presto questa storia vergognosa, prima che le nostre malghe diventino “terra di nessuno” e prima di essere arrivati, per l'ennesima volta, troppo tardi per trovare una soluzione.
Lanciamo quindi questo grido di allarme a tutte le Istituzioni e alle Comunità del nostro territorio deliberando a malincuore, ma uniti, di non partecipare alla manifestazione “Giovenche di razza Rendena 2021”. Purtroppo ci vediamo costretti, in occasione della nostra bellissima manifestazione zootecnica di fine estate, ad ingoiare il nostro orgoglio e ad indossare simbolicamente la fascia del lutto, nella speranza che si trovi un modo per ridare speranza ad un’agricoltura di montagna, in queste condizioni destinata inesorabilmente ad un’amara estinzione!
Dichiariamo inoltre convintamente, che non si può festeggiare e portare avanti un evento in un clima dove alcuni non rispettando più un’etica di lavoro, fondamentale per la convivenza, pensando solo al proprio profitto personale. È necessaria una vera unione di settore in grado di isolare chi porta avanti azioni non corrette.
Quello che proponiamo vuole essere un nuovo atto di appello per invitare la Provincia, le Amministrazioni Comunali, le Asuc e le Comunità delle Regole e le varie Istituzioni coinvolte ad un percorso di confronto che, speriamo, si concretizzerà con la produzione condivisa di strumenti efficaci a salvare e a dare una prospettiva di futuro all'agricoltura di montagna della Val Rendena! Siamo esasperati e diciamo a gran voce BASTA!

Unione Allevatori Val Rendena

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